Racconto di Sabina Moretti

1 Aprile 2022

SANTA, un racconto in omaggio di Sabina Moretti

Questo racconto è nato di getto, avevo in mente una ballata. La ballata in musica è un testo popolare cantato da una melodia semplice, con accompagnamento strumentale e può essere ballato.

I lettori potranno leggerlo scegliendo un “tempo a piacere”.
Che ciascuno decida il tempo della propria danza.

Il racconto è stato vincitore al Concorso “Idea Donna” 2019 nella sezione Premio alla Creatività

SANTA

di

Sabina Moretti

Santa ancor prima di esserlo diventata, Santa ancora in vita, la Santa è sdraiata sull’umile materasso di foglie di mais, rumoroso se lei si muove, avvolta nell’abito monacale nero con la gorgiera bianca a cingerle il giovane collo.

Il sudore della pelle non lavata ha tinto la gorgiera di un color rosa pastello stemperato nel grigio e il corpo e l’abito non profumano, non si addicono ad una Santa, anzi il loro è l’odore del mondo intorno a lei.

Ma lei è sdraiata e Santa e tutto questo non ha importanza.

Sdraiata a occhi chiusi, ascolta i suoni che giungono dalla piccola finestra della sua cella, unica fonte di luce, cogliendo tra loro i preferiti alla sua santità.

Non ascolta il chiocciare delle galline o il grugnito dei maiali che giungono da basso, non il vociare delle sorelle nell’orto, né il cigolare delle ruote non oliate del carretto che si sposta nel cortile. No, la Santa ascolta solo il suono dei rintocchi della campana che invita alla preghiera e il mormorare dell’orazione delle sorelle nell’avviarsi in fila verso la chiesa.

Solo quel mormorio e quella campana sono giusti per la Santa. Deve ancora diventare Santa, ma il suo impegno è tutto dedicato a questa necessità.

La Santa è entrata in convento a quindici anni e da allora professa con rigore le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità.

Sdraiata nella sua cella, nel torpore dell’imbrunire, immersa negli effluvi del suo marchese non mondato, ricorda, con un fremito quasi di piacere, la lunga malattia che un tempo l’ha posseduta: quando i deliqui continui e i violenti mal di cuore spaventarono coloro che gli erano vicino, tanto da

convincerli a scavarle il sepolcro.

Ora che ha vinto la malattia, non perde pubblica occasione di celebrare le più seducenti virtù cardinali: la prudenza, la giustizia, la fortezza e infine la temperanza.

Da quando è sdraiata nel suo letto di foglie di mais, la Santa si dedica all’esercizio della temperanza, per dominare gli istinti e mantenere i desideri entro limiti di onestà.

Non avendo null’altro da fare, mentre resta inerte nel suo letto monacale, con ardore si applica anche all’accrescimento della virtù della fortezza: ha concepito la certezza di meritare un convento e una regola monastica tutti suoi.

Altrimenti la vita terrena che senso avrebbe?

La Madre Superiora la passata domenica, davanti a tutte le consorelle riunite nel refettorio, l’ha chiamata “la santa”, ma lei ha riconosciuto l’ironia nel tono di quella voce: e ne è stata infastidita.

Da allora la Santa è sdraiata sul suo umile giaciglio e da una settimana si nutre di sola acqua, vivendo della sua mistica santità.

Le sorelle passano a curarla, trovandola sempre in uno stato di sonnolenza. Solo alcune volte si mostra vigile, attenta. Sceglie quei momenti con attenzione, riconoscendo la voce di chi viene da lei, negandosi a quelle sorelle insincere e dubbiose e offrendosi a quelle gentili e commosse: ingenue e solerti sorelle, persuase del suo stato di santità. Solo a loro ha riservato la visione dei suoi momenti di estasi e quelle, sconvolte e rapite dalla manifestazione di oblio alla quale hanno assistito, sono poi corse dalla Madre Superiora a narrare, tutte rosse in volto e accaldate, l’accaduto.

La Madre ha ascoltato in silenzio, mentre la Santa ancora resta sdraiata nel suo giaciglio di foglie di mais, avvolta nel suo acre sudore mescolato all’odore dei maiali che entra da basso, attenta solo al suono della campana, in attesa di quello. La Madre ha inviato le sorelle turbate in chiesa a pronunciare un intero rosario di preghiere, per renderle pacate e modeste. Poi, raccolta la sua ampia veste nera, si è arrampicata per la scala di pietra che sale alle celle, accompagnata dalla sorella Anziana, per recarsi al cospetto della Santa.

Gli occhi serrati hanno avuto un sussulto, le orecchie hanno inteso i passi pesanti e spazientiti della Madre entrare. Le mani fredde hanno toccato il volto della donna e tastato, sotto la veste monacale, il suo corpo magro.

La Madre ha parlato con la sua voce dura e pungente, chiedendo alla Santa notizia dei suoi turbamenti e la Santa, senza rispondere, ha mostrato anche a lei l’evento. Ma, per farlo, ha atteso che quella stesse già sulla porta, pronta a uscire, spazientita dal lungo silenzio e immobilismo della Santa. La Madre si è voltata, ha guardato e ascoltato, per nulla intimorita da ciò che le viene mostrato e andandosene ha annunciato che avrebbe riunito i Prelati della diocesi per offrire anche a quelli l’evento miracoloso.

Oggi, mentre la Santa è sdraiata a occhi chiusi e ascolta i suoni intorno a lei che giungono dalla piccola finestra, unica fonte di luce e di aria, cercando di scegliere tra loro solo i preferiti alla sua santità e inalando l’acido odore del suo corpo misto a quello del pitale colmo delle sue deiezioni, il suono della campana le annuncia l’arrivo dei Saggi Prelati della diocesi.

Oggi è il suo giorno: ha coltivato l’amore verso Dio, rendendolo unico e assoluto dentro di sé, ha nutrito la sua immaginazione al posto del suo corpo, lasciando che le forze lo abbandonassero e custodendo la sola vitalità del delirio.

Eccola sdraiata sul suo letto monacale, intorno a lei si sono riuniti la Madre e i nove Saggi, mentre la Santa ascolta il suono delle loro voci maschili parlare sommessamente. I nove Saggi si dicono impressionati dal pallore del suo volto e curiosi di assistere all’evento.

Lei li fa attendere, rimanendo raccolta nel suo silenzio, tanto immobile che sembra non respirare.

I Prelati, dopo aver a lungo mormorato, ora tacciono, non sanno più cosa dirsi, attendono, sono stanchi di stare lì, strisciano i piedi affaticati di sostenere il peso dei loro corpi grossi e ben nutriti, vorrebbero una sedia: ma nella cella non c’è posto, possono stare solo in piedi vicini gli uni agli altri. La Santa, quando la luce della finestrella ormai lascia entrare i pochi bagliori del tramonto e nella cella sono state accese due candele, quando il calore e gli aromi pungenti dei corpi hanno ormai saturato l’ambiente, solo allora si anima e si offre ai presenti.

Nel silenzio si ode il mormorio di sillabe arruffate, che sembrano invocare gli angeli, gli occhi ancora chiusi, mentre le mani accarezzano la grezza tela stesa sul materasso di foglie di mais. Il corpo della Santa allora si anima e, dondolando a destra e a sinistra, fa scrocchiare le foglie secche del materasso, che scandiscono il movimento con il loro rumore.

Improvvisa la testa si rovescia in dietro e il giovane collo sembra volersi liberare dalla sozza gorgiera.

Tra gemiti la voce della Santa mormora l’arrivo del Signore, annunciato dagli angeli e il fremito delle foglie di mais diventa incalzante. Allora le mani si aggrappano al materasso e le gambe si muovono allontanandosi e stringendosi, fasciate dalla gonna nera dell’abito monacale che, spostata dai movimenti sempre più concitati, si raccoglie tra le sue gambe colmando il vuoto che c’è tra loro.

Ora il corpo della santa, ammucchiata e serrata strettamente tra le gambe la voluminosa veste, si inarca sopra il materasso in un rumore di foglie secche schiacciate e gli occhi si aprono come ciechi al mondo, mentre in un tremore generale del corpo la bocca aperta della Santa lancia un lungo

gemito invocando il Signore.

Mormorano laidamente i Saggi Prelati, sudati ed eccitati dall’evento, affermando la presenza di Dio al cospetto della Santa.

La Madre, nell’ombra, ha un ghigno di derisione, come vedesse Maiali nella cella.

Violino di Sabina Moretti
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