Racconto di Serena Fantini

1 Aprile 2022

Nobody’s wife di Serena Fantini

Serena Fantini sa utilizzare l’ironia con grazia e ferocia al tempo stesso.

Attraverso una prosa scorrevole e duttile non esita a portarci in realtà apparentemente normali, ma che lei sa abilmente deformare.

Nobody’s wife

di
Serena Fantini

Quando l’ho intravisto, nella boscaglia, mi si è gelato il sangue.

Penzolava dal ramo di un faggio, pallido come un cadavere, agitato dal vento di tramontana.

Pareva un fantasma, o almeno è quello che ho pensato all’inizio.

Non che creda ai fantasmi, questo no.

Ma l’alternativa più logica – che si trattasse davvero di un cadavere – mi sembrava più agghiacciante, e mi rifiutavo di pensarci, mentre decidevo se mollare la bici sul ciglio del sentiero e andare a verificare o farmi i fatti i miei e proseguire il sentiero fino alla statale come mi ero ripromesso.

Alla fine, però, la curiosità ha avuto la meglio. Sì, perché cadavere o fantasma che fosse quell’affare pallido che ammiccava fra i rami del bosco, né la mezzora scarsa di luce che mi rimaneva in quel pomeriggio autunnale né la paura che mi stringeva lo stomaco in una morsa, sembravano motivi sufficienti per impedirmi di andare a vedere cosa diavolo fosse.

Sono smontato dalla bici, l’ho adagiata contro un tronco e senza sfilarmi il caschetto mi sono addentrato nel fitto del bosco, schivando sterpi e rami bassi e affondando i piedi nel letto di foglie secche che ricopriva il terreno umido.

In effetti, visto da vicino era evidente che non si trattava né di un fantasma né di un cadavere.

Era un abito da sposa.

Di quelli belli, per di più. Tulle ricamato con perline, gonna ampia, un lungo strascico impigliato nella sterpaglia intorno al tronco del faggio, scollatura generosa impreziosita da un nastro di raso – o almeno sembrava raso, non sono propriamente un esperto, sono solo un geometra del catasto con la passione per la mountain bike e non mi sono mai sposato.

Era appeso con una gruccia ricoperta di velluto rosso ad un ramo basso, in modo che potesse penzolare liberamente senza toccare terra né strusciare sul tronco. Aveva piovuto molto in quel mese di ottobre, e l’abito sembrava stare lì da molto tempo: aveva diversi strappi nel tulle, una fioritura di macchie scure sulla gonna e sul corpetto, e il velluto della gruccia era sbiadito.

C’era un bigliettino infilzato nel gancio della stampella. Doveva essere stato scritto con un pennarello indelebile, perché nonostante il foglio mostrasse evidenti i segni delle intemperie a cui era stato sottoposto, il messaggio era ancora perfettamente leggibile, in caratteri stampatello neri piuttosto spessi.

“I’ll never be nobody’s wife”.

Devo dire la verità, solo a quel punto ho cominciato a rilassarmi. Fino a quel momento avevo avuto addosso la sgradevole sensazione di essere di fronte alla manifestazione di un dramma esistenziale, e invece il tono del messaggio suggeriva qualcosa di più semplice, una rivendicazione o una affermazione di indipendenza da parte di qualche femminista eccentrica, di quelle che infestano il mondo moderno.

“Che razza di messaggio vuoi mandare, impiccando un vestito da sposa nel fitto di una boscaglia ai margini di una cittadina di provincia, e soprattutto a chi cavolo vuoi che arrivi, a parte qualche cercatore di funghi e bikers della domenica come me?” ho pensato grattandomi il mento perplesso, ma in fondo sollevato per il fatto che ad essere impiccato a quell’albero era un manifesto, e non un cristiano in cerca della pace eterna.

Stavo per voltare le spalle al vestito per tornare alla mia bici e finire il giro che mi ero prefissato, quando mi sono reso conto che sul fianco dell’abito penzolava ancora il cartellino. Anche questo si era salvato dalle intemperie, perché infilato in una custodia di plastica trasparente, ed era perfettamente leggibile. Sopra c’era il nome di un negozio di abiti da sposa piuttosto famoso in città, che aveva le vetrine proprio di fronte agli uffici comunali.

“E un chissenefrega dove lo metti?”, ho commentato ad alta voce, cercando di non badare al mio cervello che intanto si divertiva ad elucubrare sui possibili scenari che quell’informazione apriva.

In effetti, avrei potuto scattare una foto dell’abito e fare un salto in quel negozio, e chiedere alle commesse se ricordassero a chi avevano venduto quel vestito e quando, insomma, avrei potuto investigare sui motivi che avevano condotto quella sposa dall’altare al bosco, e risolvere quello che nella mia mente già si preannunciava come “Il mistero dell’abito da sposa”, un giallo a puntate che poteva riempire le chiacchiere da pausa caffè in ufficio o chissà, le locandine dei quotidiani locali, già normalmente pieni di notizie sfiziose quali l’inaugurazione dell’ennesima rotatoria in periferia o i problemi del traffico in occasione della solita festa del cioccolato di fine mese.

Insomma, divagavo.

Alla fine, però la foto dell’abito l’ho scattata, prima di tornare alla mia bici e riprendere il sentiero. Sentendomi un po’ stupido, e un po’ fine indagatore del mistero – più stupido, in effetti.

Per due settimane la vita mi ha distratto e non ci ho pensato più.

Avevo quasi dimenticato l’episodio quando il mio capo mi ha trascinato in una riunione di coordinamento che si svolgeva all’Ufficio tecnico del Comune. Come la maggior parte delle cose che riguardano il Catasto si trattava di una faccenda noiosa, talmente noiosa che facevo fatica a tenere gli occhi aperti mentre i due dirigenti – il mio e quello del Comune – si accapigliavano cercando di scaricarsi reciprocamente le competenze in materia di controlli sugli immobili fantasma.

Forse è stato tutto quel parlare di fantasmi – per quanto immobili – o forse il fatto che le vetrine del negozio di abiti da sposa di fronte agli uffici comunali brillavano nella luce livida del precoce crepuscolo novembrino, illuminando la tetra sala riunioni in cui ci trovavamo. L’abito nel bosco mi è tornato in mente, e con esso le elucubrazioni che avevo elaborato, e siccome la riunione proseguiva egregiamente anche senza il mio apporto, ho trovato il modo di estraniarmi del tutto per concentrarmi nell’elaborarne anche di nuove, e più suggestive – dalla sposa in fuga a cavallo nel bosco stile Julia Roberts al matrimonio combinato di immigrati pachistani, alla vendetta di una fidanzata ripudiata sull’altare, fino alla moglie tradita che rinnega il legame e promette a sé stessa “Mai più!”.

Quando i due dirigenti esausti hanno posto fine alla riunione, il mio orario di uscita era passato da un pezzo, perciò potevo permettermi di non rientrare in ufficio.

A quel punto la tentazione di indagare sull’abito era troppo forte, e non potevo fare a meno di assecondarla. Ho attraversato deciso il corso e ho afferrato la maniglia della porta a vetri, che si è aperta con un gentile tintinnio di campanelle, mentre un’ondata di aria calda e profumata mi ha investito il viso.

Solo una volta varcata la soglia, mi sono reso conto che la mia presenza in un negozio di abiti da sposa poteva sembrare incongrua. Al mio imbarazzato “Buonasera”, infatti, le due commesse, intente a sistemare diversi modelli con gonne voluminose in uno stand al centro del negozio si sono voltate perplesse, e il loro saluto di risposta è rimasto appeso ad un sonoro punto di domanda finale – una specie di “Buonasera?”, che sottintendeva un evidente “Ma è sicuro di essere nel posto giusto?”.

La più reattiva, comunque, si è rivelata quella bionda, una giovane sulla trentina fasciata in un sobrio abitino nero, che dopo avermi squadrato perplessa, ha prontamente smesso di pigiare gonne di tulle le une contro le altre e sfoderando un sorriso interrogativo si è avvicinata verso di me chiedendomi in tono gentile: “In cosa posso esserle utile?”.

Mi sono schiarito la voce, cercando di prendere tempo. Cercavo disperatamente di trovare una scusa meno scema per essere lì, ma i miei neuroni, che si erano dimostrati così prolifici di ipotesi sulla faccenda dell’abito da sposa per tutto il pomeriggio, questa volta si sono rifiutati di collaborare, e così mi è toccato di dire la verità. “Volevo sapere se poteva aiutarmi a risolvere un piccolo mistero”.

Naturalmente, la ragazza mi ha fissato come se si trovasse di fronte a un pazzo pericoloso.

Ho finto di non notarlo, e ho sfilato il cellulare dalla tasca del cappotto. “Ho trovato questo nel bosco dietro il centro abitato di Case Sparse”, ho spiegato mentre cercavo la foto fra quelle della cartella archivio. “C’è ancora il vostro cartellino attaccato, e… ecco!”, ho detto, aprendo la foto e porgendo il cellulare alla commessa.

A quel punto è successa una cosa strana. Quando la commessa bionda ha preso il cellulare dalla mia mano, ho notato che la sua mano tremava.

Incuriosito, ho sollevato lo sguardo.

Il volto della ragazza non tradiva particolare emozione. Il sorriso era scomparso, sì, ma c’era sempre l’espressione di circostanza di una persona abituata ad avere a che fare con la clientela, e a mascherare le proprie emozioni.

Chissà che smacco doveva essere per lei, sapere che quello che riusciva a mascherare sul suo viso si manifestava con prepotenza appena sotto, sulla pelle liscia del collo, che in quel momento era interamente coperta di larghe chiazze rosse, fin dietro le orecchie piccole ben esposte sotto i capelli tirati indietro in una coda bionda.

Ma perché era imbarazzata?

“Le ricorda qualcosa?”, l’ho incalzata, ma lei ha scosso la testa senza alcuna esitazione.

“Mi dispiace, ma sa, qui di abiti da sposa se ne vendono parecchi ad ogni stagione, e non è sempre facile distinguere fra un modello e l’altro”, ha risposto con un sorriso cortese ma gelido.

Ho provato ad insistere: “Ne è sicura? Mi sembrava un modello abbastanza prezioso e…”.

“Le nostre collezioni sono tutte di qualità eccellente, i marchi che commercializziamo sono il top di gamma”, ha ribadito la ragazza, tradendo un moto di irritazione. “Se non c’è altro…”, ha aggiunto, facendo un paio di passi verso la porta, un chiaro invito a levarmi di torno.

Ho rivolto lo sguardo verso il centro del salone, alla ricerca di un’idea per proseguire l’indagine, ma l’altra commessa nel frattempo era svanita e con lei l’ultima scusa per rimanere.

“La ringrazio”, ho borbottato infilandomi il cellulare nella tasca del cappotto e avviandomi verso l’uscita.

“Mi dispiace di non esserle stata d’aiuto”, ha ribadito lei, con il tono di una che diceva l’esatto opposto.

Mi sono arreso, e sono uscito.

Per tutta la sera non ho pensato ad altro – all’abito, al messaggio, alla strana reazione della commessa, a come proseguire l’indagine, magari cercando di parlare con l’altra ragazza – ma quando mi sono ritrovato ad ipotizzare di fare la posta alla commessa mora aspettandola fuori del negozio per invitarla a prendere un caffè il mio senso del ridicolo si è finalmente risvegliato: “Ma sì certo, ci manca l’attività di stalker nel tuo curriculum, bella idea!”, mi ha suggerito, e ha ottenuto il risultato. Mi sono imposto di smettere di rimuginare sopra quello che era comunque un mistero abbastanza inutile nell’ottica dell’evoluzione della specie, e di tornare alla mia vita.

E così ho fatto. Casa, lavoro, una visita di cortesia alla mia anziana madre, una cena fra amici, e, la domenica successiva, il solito giro in bici nel bosco dietro Case Sparse, ma senza badare al fantasma in abito da sposa che ciondolava da un ramo nel punto più fitto – sempre che ancora fosse lì.

Ovviamente quest’ultimo non è stato che un proposito non rispettato.

Appena giunto nel punto più fitto del bosco lo sguardo è inevitabilmente corso verso gli alberi, e poche pedalate più avanti gli occhi hanno di nuovo individuato l’abito da sposa appeso al ramo.

Ma non era solo.

Istintivamente ho frenato la bici, scivolando sul tappeto di foglie mentre individuavo la figura scura nei pressi dell’abito. Lo stridio dei freni ha attirato l’attenzione del visitatore, che si è voltato spaventato – o meglio, si è voltata, visto che si trattava di una donna, anche se non era facile capirlo perché era bardata come un’escursionista e indossava un berretto di lana calzato sulla fronte.

‘La sposa!’, ho pensato immediatamente, eccitato per l’inaspettata svolta del mistero.

“Salve!”, ho urlato sollevando un braccio in segno di saluto e saltando giù dalla bici.

La ragazza sembrava spaventata, e indietreggiava mentre io mi addentravo nella boscaglia per raggiungerla.

“Tranquilla, io…”.

“Che ci fa qui?”, ha balbettato lei.

‘Ma che domanda è?’, ho pensato, un attimo prima di rendermi conto che quella ragazza io la conoscevo.

“La commessa?”, ho detto, continuando ad avvicinarmi.

Era una ragazza carina anche vestita come un montanaro, e spaventata come se avesse di fronte un orso inferocito. Gli occhi chiari spalancati e la bocca semi aperta in una specie di grido strozzato sono l’ultima immagine che ho registrato, prima del colpo.

Poi buio, e sapore di terra bagnata in bocca.

“Ehi…”.

Spalanco gli occhi ma si riempiono di terra. Non bruciano, però.

“Chi diavolo sei?”.

Provo a muovermi, ma niente. Mi sento immerso in qualcosa di freddo e umido, che mi pesa sul petto. E c’è questa voce che mi sussurra nelle orecchie, vicina anche se sembra venire da lontano, da un altro pianeta, o da un’altra dimensione.

“Non puoi parlare?”.

‘Non lo so’, penso. ‘Ci provo’.

“D-dove so… puah… bleah…”, la terra bagnata mi entra in bocca.

“Tranquillo, poi ci si abitua”.

Sputo e riprovo: “Ma che… dove…”.

“…sei? Vediamo, se apri gli occhi si riempiono di terra, se apri la bocca ti si riempie di terra, dove pensi di essere, genio?”, risponde la voce sarcastica.

“Ma che dici?”, borbotto.

In effetti il ragionamento non fa una piega, ma la cosa dovrebbe spaventarmi moltissimo, e invece è proprio il fatto che non mi spaventa che mi rende poco loquace.

“OK, immagino che essendo arrivata prima mi spetti l’onere di farti da cicerone”, ha ripreso la voce aliena. “Siamo sottoterra. Immagino che siamo nel bosco, quello dietro Case Sparse, visto che è l’ultimo posto in cui sono stata prima di ritrovarmi qui. Ma tu chi sei?”.

Elaboro le informazioni che mi ha dato la voce, e rispondo: “Geometra Guglielmo Petrucci, piacere”.

Una risatina mi solletica le orecchie: “Nome, cognome e numero di matricola, ma che siamo nei marines?”.

Imbarazzato replico: “Dimmi tu chi sei, visto che sei veterano”.

“Veterana, per la precisione”, puntualizza. “Ma non credo sia importante come mi chiamo, ormai… nel posto in cui siamo, intendo”.

“Non capisco…”.

“Nemmeno io, in verità, ma siccome sono qui da un po’ e non ho avuto molte visite, ho avuto parecchio tempo per elaborare qualche teoria”.

“E quindi?”.

La voce sospira, esita, poi mormora: “Cerca di prenderla per il verso giusto”.

“Che cosa?”.

“Penso… penso di essere morta”, dichiara la voce. E dopo un attimo aggiunge: “E se ho ragione, allora è possibile che sia morto anche tu, geometra Guglielmo Petrucci”.

Rifletto sulle parole pronunciate dalla ‘veterana’, e mi rendo conto che è probabile che abbia ragione. E la cosa più strana è che la notizia, per quanto surreale, non mi provoca alcuna emozione particolare. E forse è questo l’aspetto che più mi convince che la mia compagna di conversazione abbia ragione.

“Ehi? Ci sei ancora?”.

Sospiro, e confermo: “Sono ancora qui… logico, no? Visto che sono morto!”.

“Già, domanda stupida. Mi dispiace, ma non mi aspettavo di avere compagnia, dopo tutto questo tempo”, ammette la voce.

“Da quanto tempo stai qui?”, le chiedo.

“Non so bene… ma mi ricordo come sono arrivata qui”.

“Davvero?”.

“Si”, mormora lei. “Sono venuta nel bosco un pomeriggio, con una persona, e…”.

“…e un abito da sposa?”, sussurro.

“Già… un abito da sposa principesco, avrei dovuto indossarlo il giorno dopo, per sposare l’uomo della mia vita. Solo che casualmente negli ultimi mesi era diventato anche l’uomo della vita della mia migliore amica”.

La voce fa una pausa.

“Che c’è?”, la incalzo.

“Niente… voglio dire, è strano, non mi sento più furiosa come quel pomeriggio, quando li ho beccati che si davano da fare nella casa in cui saremmo dovuti andare a vivere dopo il matrimonio”.

“Penso che sia perché sei morta”, osservo io.

“Già, forse hai ragione”, conviene la sposa cadavere. “Comunque sia, li ho beccati, ho fatto la scenata di rito, ho afferrato il vestito che la mia amica mi avrebbe dovuto consegnare proprio quel giorno… che poi me l’aveva venduto lei, riempiendomi la testa di complimenti su come mi stava bene e che modello esclusivo fosse e…”.

“La commessa è la tua migliore amica?”, l’ho interrotta, mentre il pezzetto si incastrava nel puzzle.

“E tu come lo sai?”.

Le racconto della mia piccola indagine, e lei fa qualche commento sulla reazione della commessa alle mie domande sull’abito. “Nervosetta, la ragazza, eh? Evidentemente c’è anche lei di mezzo”.

“Di mezzo dove?”.

“Ehi, geometra Petrucci, secondo te che ci stiamo a fare qui sotto morti stecchiti?”, reagisce lei con una risatina. “Quando sono scappata con quello stramaledetto vestito, sono venuta nel bosco, con l’idea di seppellirlo sotto terra, pensando stupidamente che fosse un surrogato accettabile… insomma, era il mio fidanzato che avrei dovuto seppellire, ma ingenuamente lo ritenevo un piano poco praticabile”.

Ridacchia, divertita, e aggiunge: “E invece la seppellita alla fino sono io”.

“Non mi hai ancora detto come è successo”, replico con dolcezza.

Un sospiro, e la voce prosegue: “Come immagini. Il mio fidanzato mi ha seguito e mi ha raggiunto. Pensavo che volesse chiedere perdono, implorarmi di sposarlo lo stesso, ma mi sbagliavo. Lavora nello studio di mio padre, e non voleva perdere l’opportunità di una brillante carriera forense, e quindi ha fatto un po’ di sceneggiata per avvicinarsi e poi sbam! mi ha spaccato la testa con una pietra. Quando ho riaperto gli occhi mi si sono riempiti di terra, e la bocca pure, e insomma, hai capito, visto che è successo anche a te”.

“Dici che è andata così anche a me?”, ripeto perplesso.

“Lo so”, risponde lei. “Anche se non so perché lo so. Come so che l’abito nel bosco l’ha appeso lui, e che quel biglietto l’ha scritto lui. ‘Nobody’s wife’, una delle mie canzoni preferite”.

“Ma perché? Non capisco”, insisto.

“Penso che sperasse che i miei si convincessero che ero scappata dal matrimonio, e non mi cercassero più di tanto… era da me, in effetti, scappare dalle responsabilità, quando ero viva. Mi immagino mio padre che rinfaccia a mia madre di aver tirato su una figlia ribelle che non combinerà niente nella vita, e porca miseria, bisogna dargli ragione, visto che la mia vita è finita qui sotto!”.

Lascio che la sua risatina si esaurisca, riflettendo sul suo racconto.

“Ma io nel bosco ho visto solo la commessa”, replico dopo un po’.

“C’era anche lui, l’ho sentito. Hanno litigato perché lei voleva togliere il vestito da qui sopra. Immagino che il suo brillante piano non avesse funzionato come sperava, visto che l’unico che l’ha trovato sei stato tu e la prima cosa che hai fatto è stato correre in giro a ficcare il naso”.

Ha un senso.

Anzi, ora tutto ha un senso.

“Ehi, geometra, ci sei?”.

“Sì, certo… dove pensi che vada?”, rispondo con una risatina.

Ride anche lei, e le nostre risate risuonano nella terra umida e profumata di foglie in decomposizione.

Come noi.

Serena Fantini

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