Intervista a Nicola Favale, architetto paesaggista

30 Marzo 2022

Nicola Favale, architetto paesaggista, ci racconta la bellezza della sua professione.

La progettualità e la creatività al servizio della Natura.

Nicola Favale, paesaggista, intervista
Nicola Favale, paesaggista, intervista

Nicola quando hai deciso che per te l’architettura fosse sinonimo di natura?

In realtà, l’architettura, non l’ho mai tenuta in considerazione, nel senso che sono stato affascinato fin da subito dall’architettura del paesaggio, non appena ne ho scoperto l’esistenza, probabilmente per una sensibilità legata all’ambiente sviluppata anche grazie ai miei genitori che mi hanno sempre fatto stare a contatto con la natura. Terminato il liceo ero molto indeciso su quello che avrei voluto fare, poi ho conosciuto la compagna di un mio amico che si era iscritta l’anno prima ad architettura del paesaggio, mi ha aiutato a scoprire il corso di studi che mi ha affascinato molto. Mi si è aperto un mondo. L’Architettura del paesaggio è, purtroppo, una materia poco conosciuta in Italia, non l’avevo tenuta in considerazione proprio perché non se ne parla molto.

Un’altra cosa che mi incuriosisce moltissimo è sapere come hai sviluppato la tua conoscenza con le piante, perché immagino che la progettualità paesaggistica e la consapevolezza del mondo botanico viaggino insieme.

Il mondo botanico l’ho conosciuto grazie a mia madre che è sempre stata molto appassionata di piante e ha seguito alcuni corsi di formazione. Avere una persona in famiglia che ha già una passione è di grande aiuto a sviluppare una sensibilità verso determinati temi. Le competenze botaniche le ho sviluppate grazie ad un professore di botanica che ho avuto all’università, il professor Romeo di Pietro; devo dire che ho avuto una grande fortuna ad incontrarlo poiché è un una persona estremamente interessante che ci ha dato molti spunti portandoci anche a passeggiare nei boschi e spiegandoci le dinamiche della natura nei diversi habitat. Il lavoro sul campo mi ha permesso di mettere in pratica quello che ho imparato all’università, sviluppando competenze strutturate e non più semplicemente teoriche. È proprio nel momento in cui ti approcci al lavoro e vedi come si comporta una pianta che capisci e impari veramente.

Quanto tempo ci vuole per avere queste competenze?

Si tratta di un settore dove non si smette mai di imparare, ti confronti continuamente con situazioni, scale ed ambienti differenti, quindi è una continua sfida per effettuare le giuste scelte, ma poi è il tempo che ti fa capire se quelle scelte sono state effettivamente quelle giuste. Non è una materia dove a un certo punto divieni consapevole di tutto, è impossibile! È un campo estremamente complesso e basato su una tale somma di possibilità e variabili che per ogni progetto bisogna capire quali possono essere le scelte giuste per un buon risultato.

Parliamo del lavoro del paesaggista. Nel mio immaginario, che se vogliamo è un poco romantico perché ho sempre vissuto in città, quando dico paesaggista già penso a castelli, a palazzi di grandi signori, al ‘700, all’800, ai giardini all’italiana o all’inglese. È un mondo che oggi non esiste più, anche perché quelle erano le occasioni in cui furono creati i grandi giardini che conosciamo. Nel mondo di oggi quali sono le occasioni di svolgere questo lavoro?

La figura del paesaggista è nata con l’esigenza di mostrare il potere economico e politico attraverso giardini sfarzosi e ricchi di piante esotiche. Oggi quello che fa un paesaggista, nella maggior parte dei casi appena uscito dall’università, è progettare balconi, terrazzi o giardini di piccole dimensioni. Il primo lavoro che ho fatto con il mio attuale socio è stato un piccolo giardino a Ostia al piano terra di un palazzo di Adalberto Libera. È stata una bella soddisfazione perché lo abbiamo progettato e realizzato con le nostre mani. Lo abbiamo ancora in manutenzione ed è bello riuscire a seguirne l’evoluzione e questo ti dà modo di comprendere le dinamiche evolutive del giardino nel tempo e capire se le scelte effettuate sulla carta hanno avuto l’esito desiderato. Molti paesaggisti si occupano solamente della progettazione, ammirano l’esercizio di stile appena realizzato senza vederne poi l’evoluzione nel tempo. La strada che abbiamo cercato di intraprendere con LESS (Land Escape Studio) è proprio quella di seguire tutte le fasi dal progetto alla realizzazione e la cura così da avere una formazione pratica più solida ed una maggiore consapevolezza di quello che facciamo. La nostra società si occupa di progettazione, realizzazione e cura del verde. Offriamo al cliente un pacchetto completo ed è quello che ci da modo di crescere professionalmente e di seguire nel tempo i lavori che realizziamo. Perché la soddisfazione non è solo progettare un giardino ma è anche vederlo poi crescere nel tempo, osservare come evolve.

scarponi da lavoro e guanti di protezione sporchi di terra, cesoie e scarti di piante scarponi da lavoro e guanti di protezione sporchi di terra, cesoie e scarti di piante
Scarpe e guanti da lavoro di un paesaggista

Quindi tu sei uno che si sporca le mani con la terra. Come funziona questo tuo lavoro manuale oltre che progettuale?

Fatica, sudore ma tanta soddisfazione: potare, mettere a dimora piante, scavare, fare impianti di irrigazione, pavimentazioni ecc, perché cerchiamo di occuparci di tutto ciò che rientra all’interno di un giardino. Passi ore al pc a sviluppare il progetto, giornate dai fornitori per scegliere i materiali e le piante migliori, giorni in cantiere a realizzare quello che hai progettato, ma a lavoro finito vedi i risultati di quello che hai fatto e sei felice.

Siete dei veri operatori a tutto tondo, non solo di testa. Proprio com’era una volta, ai tempi di nobili e di monarchi, quando i ‘giardinieri paesaggisti’ dovevano saper eseguire tutti procedimenti del mestiere.

Esatto, allora dovevano avere competenze complete poiché dovevano dare indicazioni precise ad una manodopera non specializzata. Attualmente è quello che manca nella formazione universitaria, tanta teoria e zero pratica, questo porta a non avere competenze strutturate che ti permettono di mettere in pratica ciò che hai studiato per molti anni. Dopo la laurea triennale mi sono ritrovato a fare un tirocinio presso un grande vivaio e mi sono reso conto di non sapere nemmeno come si facesse un impianto di irrigazione.

Entriamo sul lato creativo. Come funziona la tua creatività: hai uno spazio a disposizione e inizi a strutturare questo spazio? Come entra l’immagine della natura in questa tua creatività progettuale?

Una domanda difficile. Il processo varia da progetto a progetto. Ogni lavoro è estremamente differente dall’altro, non si può parlare di un processo sempre uguale. Ci occupiamo di concorsi di idee dove hai un tema da seguire, giardini privati dove il cliente ha specifiche esigenze, progetti su scala più ampia e con utilizzi differenti per i quali devi trovare le giuste componenti a seconda delle situazioni. Capitano lavori in cui parti da zero, devi smantellare tutto quello che c’è e ripartire facendo tabula rasa. In altri ti devi inserire su qualcosa che è già esistente, altri ancora, come nei concorsi di idee, hai uno spazio limitatissimo (si parla di pochi metri quadri) e devi proporre soluzioni d’impatto che siano anche interattive per il fruitore.

Abbiamo progettato recentemente il giardino di una villa a Vienna: il cliente richiedeva di eliminare alcuni elementi ed inserire un nuovo layer che si aggiungesse al giardino esistente cambiandone completamente l’aspetto dando nuova veste allo spazio. Il giardino era molto rigido sia nelle forme che nel cambiamento cromatico stagionale essendo composto quasi esclusivamente da conifere, immutabili durante tutto l’anno. Il committente avrebbe voluto un giardino con piante che cambiassero colore e si muovessero con il vento creando un giardino diverso in ogni stagione. L’interpretazione non è stata semplice in questo caso poiché la richiesta diretta iniziale è stata: ‘vorrei avere un giardino che sia diverso da quello che ho adesso, più fresco e dinamico’ quindi ti trovi a dover interpretare i desideri di volta in volta e di cliente in cliente. Qualche volta riesci nell’intento qualche volta invece no, insomma vai per tentativi. In questo caso abbiamo sviluppato un concept progettuale fornendo riferimenti di piante che avremmo voluto utilizzare e fortunatamente abbiamo colto il suo immaginario al primo colpo. Devi essere bravo anche a presentare le tue idee graficamente per rendere al meglio l’idea al cliente che altrimenti non ha modo di capire quello che hai in mente.

Parliamo di come lavori: prima a mano libera e poi sul computer o come?

Di base lavoro solo sul computer perché non sono bravissimo a disegnare a mano libera, il computer oramai, se lo si sa utilizzare, è uno strumento fantastico che ti permette di fare di tutto. Utilizzo vari software: Autocad per la parte di disegno tecnico, ti permette di disegnare tenendo in conto le misure al centimetro; Photoshop per la veste grafica e l’impaginazione delle presentazioni, Sketchup per la modellazione 3d, ed in fine Lumion, un programma di rendering che ti permette di creare immagini fotorealistiche da far vedere al cliente così da mostrare quello che sarà il lavoro realizzato.

Quanto ti impegna questa parte creativa?

Di volta in volta è diverso. Negli ultimi due mesi il lavoro per la villa a Vienna è stato, in qualche modo, semplice perché ho avuto subito le idee abbastanza chiare su quello che volevo fare ed il cliente ha risposto positivamente agli input, per cui il flusso creativo è stato lineare. Altre volte è più difficile, cerchi di trovare la soluzione migliore e prima di trovarla devi fare prove e tentativi che non ti convincono come è successo per il progetto della terrazza dell’Hotel Locarno a Roma.

Devo dire però che è sempre divertente e costruttivo perché ti confronti di volta in volta con sfide differenti, non è un lavoro statico ma estremamente dinamico.

Per la villa di Vienna, ad esempio, ci era stata richiesta la fornitura delle piante oltre al progetto. Siamo dovuti partire quindi dalle disponibilità del mercato florovivaistico in quel preciso momento dell’anno, dovendo, ovviamente, fare i conti con le specie che erano adatte al clima viennese. Questo da una parte ci ha facilitato la vita per la selezione botanica del progetto perché ci siamo dovuti basare su quello che avevamo a disposizione, limitando parecchio le scelte botaniche, ma ci ha anche complicato la vita perché abbiamo passato giornate a contattare aziende florovivaistiche per capire cosa avessimo a disposizione. Visti i tempi strettissimi per presentare il progetto, due settimane dall’incarico, è stato un fattore di disturbo perché ci ha fatto perdere tempo prezioso ma trovare le giuste soluzioni fa parte del nostro lavoro, spesso faticoso perché sono stati giorni lunghi e intensi passati al pc, ma quando vedi il risultato finale ed il cliente è soddisfatto, lo sei anche tu.

Ti capita di fare progetti magari non realizzati o non realizzabili o per un futuro?

Assolutamente si. Abbiamo partecipato ad alcuni concorsi per i quali non siamo stati selezionati così come abbiamo fatto progetti che sono rimasti solo su carta.

Ritengo però che sia utile anche questo per costruire le proprie basi perché ti permette di analizzare gli errori che hai commesso o semplicemente arricchirsi portando avanti sfide nuove dove non sempre se ne esce vincitori e non sempre per colpa di un progetto non ben fatto.

Per quanto riguarda i progetti non realizzabili, in parte utopici, direi che la tesi della laurea magistrale possa esserne un esempio: abbiamo progettato un sistema di recupero e fitodepurazione delle acque captate dai canali della bonifica nell’area di Ostia, un impianto di un chilometro quadrato che fungesse anche da recupero dell’habitat umido che una volta caratterizzava l’area. Si tratta di un progetto portato all’esasperazione per quanto riguarda le dimensioni ma essendo una tesi di laurea ci siamo divertiti a creare un progetto che non dovesse essere realisticamente realizzabile ottenendo un ottimo riscontro dalla commissione.

L’idea di progettare qualche cosa che riguarda solamente te, idee per il futuro che magari un giorno potresti anche proporre a qualcuno, a qualche cittadina o altro, ti viene mai?

La voglia è tanta ma purtroppo (e anche per fortuna) il tempo a disposizione è sempre poco. La nostra società è composta solamente da due persone quindi il tempo a disposizione per fare progetti da tenere nel cassetto è sempre poco.

Questo lo capisco e lo so benissimo, è il problema degli artisti in generale, però con un materiale come il tuo che è basato su progetti e su immaginazione che va al di là dell’immagine immediata, appunto perché lavori con la natura e la natura cambia, ti viene mai di ideare un progetto, perché è un tuo desiderio interiore?

Diciamo che mi piace portare avanti delle sfide concrete. Mi piace molto partecipare a concorsi dove si mescolano arte e natura. Abbiamo partecipato, ad esempio, al concorso organizzato da Ville e Casali nel 2014, dove il tema era ‘il giardino del sogno’ e venivano messi a disposizione alcuni lotti di 16 mq. Abbiamo progettato e poi realizzato un’installazione con specchi e bambù che si chiama Ripetutamente. Abbiamo interpretato il tema attraverso un contenitore (sostanzialmente una stanza) con le facce interne specchiate, al centro vi era una cabina, nella quale il fruitore poteva entrare, con le pareti esterne specchiate e delle finestre in vetro spia che escludeva il fruitore dal gioco di riflessi. Tra le pareti specchiate vi erano otto piante di bambu che venivano riflesse all’infinito creando l’effetto di un bosco illusorio. È stata una bella sfida perche in fase di progetto non eravamo sicuri che il sistema progettato funzionasse realmente ma la giuria ci ha dato fiducia e alla fine ha funzionato tutto come speravamo portandoci, tra l’altro, alla vittoria del premio come miglior installazione.

(http://www.lessinrome.it/ripetutamente.html)

Questa che descrivi è un’opera d’arte.

In fin dei conti credo si possa definire come tale, quello che mi piace è che siano opere fruibili ed interattive dove il fruitore si trova immerso e partecipa attivamente.

Un altro progetto simile lo avevamo fatto per il Festival del Verde e del Paesaggio all’Auditorium di Roma un paio d’anni fa. Il tema era ‘il respiro’ e a disposizione vi erano dei lotti di 12 mq. Abbiamo presentato un progetto che si chiama ‘respìrale’ (http://www.lessinrome.it/respirale.html). Il disegno dell’installazione si basava sulla sezione aurea, vi erano inserite piante pettorali, ossia piante che vengono utilizzate in medicina per curare l’apparato respiratorio; dall’unione della spirale aurea e l’utilizzo di queste specifiche piante abbiamo generato il nome del progetto ‘respirale’. Questo però è rimasto nel cassetto poiché non è stato nemmeno selezionato dalla giuria. Ma sono comunque progetti che ti rimangono nel cuore.

(http://www.lessinrome.it/index.html#portfolio).

Un progetto fatto è qualche cosa che già esiste, quantomeno sulla carta e quindi dimostra anche la capacità creativa della persona che poi la selezione di un concorso sappiamo sempre che è una scelta relativa a tanti aspetti diversi, l’importante è creare.

Si, ci sono moltissimi concorsi, soprattutto di architettura, dove partecipi e poi non vieni selezionato, ma escono spesso idee interessantissime che rimangono tali e che, però, creano comunque spunti di riflessione. Queste idee, in qualche modo innovative, cercano di trovare delle soluzioni a dei problemi, se poi rimangono idee fluttuanti e non realizzate, sono comunque degli spunti interessanti sui quali riflettere.

Ti accade, dal tuo punto di vista di architetto del paesaggio, di immaginare, di pensare a soluzioni per un futuro vivibile delle città?

Ho partecipato tanti anni fa ad un concorso, avevo come relatore un professore che è stato un altro caposaldo della mia formazione universitaria: il professor Emanuele Van Normann che ha uno studio molto importante a Roma. Il tema era appunto ‘il futuro delle città’. Il progetto prevedeva la piantumazione di un albero per ogni nascita, doveva fungere da modello applicabile in tutto il mondo, per avere delle città-foresta nell’arco di pochi decenni. Era un progetto che andava a contrastare la cementificazione incontrollata delle città e tutti i problemi che ne conseguono come le isole di calore, gli allagamenti per la drastica riduzione delle superfici drenanti ecc.

Nella narrativa fantastica o di genere fantascientifico-distopico c’è da svariati anni il buttare l’occhio su questo argomento. Si descrivono città o completamente di puro cemento o composte di terrazze, terrazze e terrazze che diventano i polmoni verdi delle città. Tu che sei un architetto paesaggista come la vedi questa soluzione, per esempio di lavorare sui tetti delle città.

È sicuramente una soluzione valida ed interessante, con il bosco verticale di Boeri si è avviato un processo in questo senso. Andrà calibrato bene il tiro su questo tema perché spesso si rivelano progetti che sono esercizi di stile poco attenti all’effettiva gestibilità nel tempo. Il bosco verticale è un edificio per ricchi perché poco sostenibile nella manutenzione e nella gestione estremamente dispendiose a livello economico. Si tratta comunque di primi passi verso un approccio più sostenibile alle città del futuro.

Credo sia più importante ed urgente lavorare sulla natura a terra, nella sua condizione naturale appunto.

I tetti giardino sono sicuramente una valida opzione per ridare vita alle città esistenti aiutando ad esempio le api, che ormai non hanno molte possibilità di sopravvivenza, come coperture coibentanti per la riduzione del consumo energetico, trattengono l’acqua che altrimenti andrebbe direttamente nelle fogne, creando i problemi che conosciamo bene tutti quanti. Sicuramente molte applicazioni sono dei grossi punti di forza. Credo pero sia necessario pensare a città diverse da quelle che si sono costruite fino ad ora ionvece di trovare sistemi che supportino sempre l’espansione edilizia incontrollata.

Ci puoi illustrare quale progetto ti ha dato più soddisfazione a livello creativo?

Forse Ripetutamente, l’installazione con gli specchi, perché c’è dietro il tema del giardino del sogno, e quello è stato proprio un sogno, nel senso che è un gioco di illusione, per cui sicuramente quello è stato il lavoro dove ho avuto uno stimolo più creativo e con un ottimo risultato. È stata anche una sfida notevole perché abbiamo fatto un progetto senza sapere realmente se quello che stavamo immaginando avrebbe funzionato realmente.

Poi anche costruircelo da soli e vederlo realizzato, entrare dentro la cabina e renderti conto che era effettivamente quello che avevi nella tua immaginazione è stata una soddisfazione notevole.

Comunque, in generale, i concorsi di idee sono quelli che danno maggior soddisfazione.

i filari di mandorli si mostrano durante la fioritura e disegnano una prospettiva simile a quella del colonnato del Bernini a San Pietro.i filari di mandorli si mostrano durante la fioritura e disegnano una prospettiva simile a quella del colonnato del Bernini a San Pietro.
Omaggio a Bernini, B&B Casalino, Tuscania
Parliamo del colonnato del Bernini: come è nata questa idea?

È nata insieme a Giovanna e Luigi che avevano già una loro visione del posto in cui vivono. Non volevano realizzare la classica azienda agricola, ma valorizzare il terreno attraverso un aspetto artistico che fosse anche produttivo. Vi era già un terreno fertile dal quale partire con loro, poi lavorandoci insieme è uscita l’idea e piano piano abbiamo sviluppato il progetto. È stato un progetto corale ed è bello quando il lavoro nasce dalla condivisione. L’idea di fondo del colonnato è stata di Luigi e Giovanna, poi ci abbiamo lavorato insieme.

Come vivi questo tuo lavoro, quanta ansia, quanta soddisfazione

Ansia poca in realtà. È un lavoro che mi piace molto perché me lo sono scelto e mi da anche tante soddisfazioni. La realizzazione di un nuovo giardino offre sempre nuove sfide e ti trovi spesso in situazioni diverse, è stimolante.

A volte vivi con ansia le scadenze strette ma poi la soddisfazione, alla fine del lavoro, è sempre tanta.

Andare in giro e guardarti intorno in natura o anche nel nell’architettura quanto ti è utile?

Molto perché mi dà moltissimi di stimoli e idee che riporto nei miei progetti.

Che cosa preferisci frequentare di più l’arte o la natura? Ti capita che l’arte figurativa ti suggerisca qualche idea?

Entrambi. Trovo siano spesso correlati.

In realtà nel mio campo tutto è fonte d’ispirazione per cui qualsiasi cosa ti può dare lo spunto, lo stimolo per farti venire nuove idee o comunque del materiale sul quale ragionare.

Salutiamoci raccontando i progetti a breve sia quelli reali che quelli che ti piacerebbe realizzare.

Adesso siamo concentrati su quelli reali, stiamo realizzando tanti giardini per altri professionisti perché facciamo anche questo: colleghi paesaggisti che si occupano solamente della progettazione o vivai che chiedono a noi la realizzazione dei lavori anche questo da molta soddisfazione perché vuol dire che la tua professionalità viene riconosciuta anche da altri professionisti del settore che si affidano a te per una ragione.

Un sogno nel cassetto.

Riuscire ad avere più spazio per la progettazione, purtroppo è il settore più difficile nel quale crearsi il proprio spazio. Ma ci riusciremo!

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