Intervista a Giovanni Pelliccia, Direttore d’Orchestra.

15 Febbraio 2022

In questa intervista il Direttore d’Orchestra Giovanni Pelliccia si racconta.

Giovanni Pelliccia, direttore d'orchestra
Intervista a Giovanni Pelliccia, direttore d’orchestra

Con lo spirito sereno e comunicativo che lo caratterizza, la sua esperienza di Direttore d’Orchestra e di Docente di Direzione d’Orchestra nei Conservatori italiani.

Giovanni, puoi raccontarci come sei arrivato alla direzione d’orchestra?

Mio padre era violinista – Arrigo Pelliccia (NdA)- e alla domanda ‘perché io faccio il musicista’ posso rispondere che non ho scelto di fare il musicista, mi ci sono trovato. Non lo sto dicendo con senso dispregiativo, voglio dire che io non avrei potuto fare un’altra professione.

Mi è sempre piaciuta l’idea di dirigere, ma non so che cosa mi affascinasse della direzione d’orchestra in sé. Mi ricordo che fin da bambino ero sempre attratto dalla musica realizzata da più esecutori, dove c’erano tanti suoni, tanti timbri e fin da piccolo andavo pazzo per l’organo. Da quando avevo 5 o 6 anni mi ricordo che mi divertivo a dirigere la radio e il giradischi. La prima volta che ho diretto avevo 16 anni. Non ricordo di aver preso la decisione di fare il direttore d’orchestra, è stata una cosa naturale, ma non c’era un desiderio di esibizionismo. La direzione d’orchestra a volte richiede un ego particolare, ma io non avevo un’indole al protagonismo, perché essere un Direttore è un ruolo abbastanza da protagonista. Non era proprio questa cosa ad attrarmi.

Quando si sta sul podio davanti all’orchestra hai davanti persone che attendono da te un agire sicuro e dietro le spalle altre in attesa di un risultato e pronte a valutare, a giudicare. Questa situazione porta una forte pressione emotiva nel Direttore. Però nel momento in cui dai il primo gesto e parte la musica io so che sto nel posto dove sento di stare meglio. Sentire che stai bene con te stesso, che sai dove stai e non hai problemi aiuta ad andare in fondo a te stesso, a capire che è bello quello che sta dentro di te e così nasce l’esecuzione.

Giovanni tu sei diplomato in pianoforte e hai studiato anche il violoncello. Vuoi parlarci del tuo rapporto con questi due strumenti così differenti?

Primo piano di Arrigo Pelliccia che sta suonando il ViolinoPrimo piano di Arrigo Pelliccia che sta suonando il Violino
Arrigo Pelliccia, Violinista
Papà me lo ricordo ancora quando disse, avevo undici anni, ‘se vuoi studiare seriamente la musica entra in Conservatorio e studia pianoforte’. La verità è che a me il pianoforte non interessava. Non che non mi piaccia lo strumento, ma a me sarebbe bastato saperlo suonare per fare le cose che interessavano a me, non volevo fare il pianista. Per esempio, la postura sul violoncello e nella Direzione non mi hanno mai dato nessun problema, mentre col pianoforte dopo un mezz’ora che studiavo sentivo che il corpo proprio non ne voleva sapere. Mi sono diplomato in pianoforte, ma era proprio il corpo che non lo sopportava. Credo che accadesse perché avevo questo senso innato di gestualità e con il pianoforte non si realizzava, mentre con il violoncello e la Direzione è necessario, non puoi fare in altro modo.

Con il pianoforte io mi ci divertivo molto, ma non ero invogliato ad affrontare quello studio per fare il pianista e quindi la decisione di mio padre di farmi studiare pianoforte come strumento principale mi ha tolto il piacere di suonare uno strumento che, se utilizzato come volevo io, avrei suonato molto di più.

Raccontaci come vivi l’insegnamento della Direzione d’orchestra.

Giovanni Pelliccia durante le prove

Premesso che fare il Direttore d’Orchestra per me è sempre stata una cosa naturale e quando una cosa ti è naturale non vivi un percorso formativo preciso -non stai a pensare che cosa devi fare, lo fai e basta- posso serenamente affermare che insegno con molta passione. Nell’insegnamento c’è un lato egoistico perché insegnando imparo molto e sono d’accordo con te che è bello quanto si impara insegnando. Anche adesso per esempio guardo delle partiture che ho studiato e quando mi confronto con gli studenti mi vengono in mente cose nuove da dire e molte mi vengono suggerite anche dagli studenti. Quando ho iniziato a insegnare per un certo periodo in realtà il discorso è stato inverso, ero io che imparavo a insegnare.

Per esempio, il problema di avere un rapporto col suono, io penso, anzi sono sicuro che l’ho sempre avuto innato e naturale e spontaneamente ho trovato i gesti per indicare cosa fare e cosa sto desiderando. Quindi non mi sono mai posto il problema di come si deve fare un gesto e insegnare mi ha reso consapevole di quello che si pensa nel fare un gesto. Perché la difficoltà per il Direttore è che l’orchestra è il suo strumento, è un insieme di musicisti che producono il suono per te che sei il Direttore, non sei tu a produrlo.

Ecco, credo che forse in un qualche modo si possa riuscire a trasmettere questa consapevolezza del gesto agli studenti, ma ho visto che è una cosa che si deve costruire da soli. Se la conduzione del suono non ce l’hai innata ci puoi arrivare con un percorso che devi fare da solo. Lo studente può assimilare ed elaborare, il docente lascia dei semi che germoglieranno chissà quando.

Quando guardi un Direttore famoso o Direttori giovani più che esordienti, si riesce a capire se loro si muovono e hanno un rapporto con l’orchestra più naturale, innato o più studiato.

Lo vedi subito quando un Direttore ha studiato per imparare i gesti. Di solito ha una gestualità molto meno varia, non so come dire, sono molto meno spontanei. Si vede che determinati gesti avvengono quando si deve fare. In altre parole, un determinato evento musicale prevede secondo le regole un tipo di gestualità e quel direttore fa quel gesto dovuto, non ne trova uno suo. Hanno studiato quei movimenti, non ne hanno pensati altri di loro iniziativa.

Durante le prime lezioni dico ‘ragazzi cercate di tirare fuori, tirate fuori da dentro di voi, qui siamo a scuola e la direzione d’orchestra, sì, ha una tecnica però poi se voi guardate i direttori dirigono tutti in modi diversi’.

Per questo non faccio mai vedere i Direttori di oggi, ma sempre quelli del passato. Anche per un fatto di stacco storico interpretativo, per ascoltare musica che era molto più pensata di quella che si fa oggi. Dico più pensata nel senso che aveva un peso diverso, oggi è cambiato il mondo, le cose si fanno molto rapidamente, c’è molta efficienza, ma poca sostanza, poca profondità.

Ora parlaci delle difficoltà che incontri nell’insegnare Direzione d’orchestra.

Quello che è complicato è insegnare a far capire che il Direttore non batte il tempo, ma conduce un suono senza toccarlo. Il docente deve aspettare che scatti qualcosa, se scatta, ma deve aspettare che sia lo studente che ad un certo punto prende consapevolezza anche del proprio corpo, della propria gestualità. Puoi fare gli esempi, far vedere un gesto, ma come dicevo è molto complicato perché non tocchi mai nulla della produzione di un suono. Invece il direttore suona perché l’orchestra è il suo strumento, non è uno che porta il tempo. Fa dei movimenti che indicano il tempo, la misura, però non basta il tempo, il direttore conduce un suono, sposta un suono, è come se suonasse, ne determina l’intensità, il crescendo eccetera.

Ho visto che eseguire il concerto molto spesso fa scattare qualcosa nello studente. Quando è in una situazione dove se una cosa sta per andare male deve reagire, impara sulla sua pelle il gesto giusto. Il momento del ‘devo salvare la pelle’ oppure ‘sta salendo il panico’, se scatta lì qualcosa allora poi gli interventi del docente vanno avanti perché ti misuri su una cosa vissuta. Come quando impari ad andare in bicicletta da solo e da solo devi imparare a percepire dove va il peso, dove i rapporti di forza: allora incominci a percepire che il suono è una cosa. È molto complicato perché nel mondo musicale secondo me lo capisce meglio chi suona uno strumento ad arco o un fiato che un pianista. La scuola agli studenti di Direzione fa mettere le mani solo sul pianoforte.

Un’altra cosa che a scuola non si fa più e che ti fa capire questo aspetto del suono è il coro. Tu sei violinista, ma io ero pianista e tu che eri violinista per i primi cinque anni di Conservatorio hai fatto canto corale e poi orchestra, ma i direttori non lo fanno. Quando parlo con gli studenti del gesto e della distribuzione del gesto che è come la distribuzione dell’aria per il cantante o lo strumentista a fiato o dell’arco per uno strumentista ad arco, è un vero problema perché un pianista non ce l’ha questa consapevolezza. I pianisti stessi lo riconoscono. Daniel Barenboim dice -cito a braccio- “io invidio i miei colleghi quando faccio musica da camera perché loro hanno un contatto diretto con la produzione del suono mentre io no, tra me e la produzione del suono ci stono duemila marchingegni che si alzano e si abbassano, un meccanismo, ma tu non tocchi mai il suono e così è difficile sviluppare la percezione di come prendere un suono e gestirlo, modellarlo”.

Un altro aspetto importante di come è cambiata la scuola è che quando ho studiato io prima di arrivare al corso di Direzione dovevi aver frequentato il settimo anno di Composizione. Oggi gli studenti arrivano impreparati perché non hanno le basi fondamentali che si ottengono con un corso di Composizione. Perché è lì che impari l’arsi e la tesi, capisci e analizzi le armonie, impari a utilizzarle, a farle muovere. Se non lo sai fare è molto più difficile saperle leggere e riconoscerle sulla partitura, perché tu non hai mai scritto musica.

Penso che sia importante, come insegnanti, sottolineare determinate cose, dare il messaggio e avere pazienza perché ognuno ha dei ritmi diversi di apprendimento. Poi tu dai una chiave per aprire una porta e poi ci deve essere da parte dello studente curiosità, ci deve essere coinvolgimento. Certe volte mi pongo il problema che devo dire tante cose, ma mi domando se è un bene che abbia detto troppe cose oppure è meglio dirne una, attendere che venga realizzata e poi dirne un’altra.

Puoi definire per noi le principali qualità necessarie a un direttore d’orchestra?

Assodata la preparazione musicale necessaria per poter affrontare lo studio della Direzione d’Orchestra a mio avviso le principali qualità dell’aspirante studente ed eventuale futuro direttore d’orchestra sono: 1° la dote di esprimere la musica ed il proprio pensiero musicale attraverso la gestualità e il proprio corpo; 2° la capacità di essere “primus inter pares “agendo empaticamente.

Ora raccontaci come prepari un nuovo programma.

La prima cosa che faccio non è mettermi al pianoforte, ma apro la partitura, inizio a guardarla come se io guardassi una cosa per capire dove inizia e dove finisce e quindi l’analizzo nelle sue parti generali. Trovo l’esposizione, lo sviluppo, la ripresa, la guardo dall’alto. Poi inizio a entrare dentro, nel più piccolo, vado a individuare quello che è il tema conduttore, cioè quella linea melodica che è sempre evidente nel corso di tutta la composizione. Proseguo a parti, quindi prendo per esempio l’introduzione lenta di una sinfonia e l’analizzo, vedo quali sono le frasi, che strutture ha. È una questione che può andare al di là della struttura delle battute, piano piano vedo qual è il filo conduttore, questo filo conduttore chi lo suona, chi lo raddoppia e cosa c’è dopo e come torna al filo conduttore. Poi analizzo l’armonizzazione, le modulazioni più importanti, un tema che viene riproposto e armonizzato in un altro modo, o tutta una serie di strumenti che lo suonano, gli interventi degli strumenti, il colore. Cerco di immaginarmi tutte queste cose, vai dalla visione ampia per poi scendere nel particolare e poi ritornare a ricostruire il percorso perfetto.

A questo punto decido le andature e le dinamiche. Quando la studio non mi pongo il problema di interpretarla e non mi pongo neanche quello di come dirigerla, questa è l’ultima cosa che faccio: come e che cosa devo fare come gesto per rappresentare quella cosa che ho trovato, riconosciuto, pensato, immaginato, desiderato.

Imparare a fare il gesto giusto, i movimenti che si fanno, non è così immediato perché dipende molto dalla capacità personale. Penso che questo problema il Direttore ce l’abbia per tutta la vita, nel senso che man mano che un brano di musica entra dentro di te riesci a viverlo e più ti è chiaro cosa devi fare per comunicarlo, più sarà chiaro per l’orchestra.

Quando dirigi un’opera per la prima volta, anche se hai diretto svariati concerti e sei abituato ad avere un rapporto con l’orchestra, c’è sempre questo rapporto psicologico tra il direttore e il suo strumento e il fatto che il tuo strumento sono degli esseri umani. Quindi c’è l’attenzione, c’è l’emozione che non ti consente di essere disinvolto. Magari ci sono persone che invece hanno delle qualità straordinarie e non vivono questa prima esecuzione in modo meno spontaneo, però è anche vero che l’emozione che tu stai provando può precluderti determinate cose, come la capacità di ascoltare con chiarezza.

Come ti comporti con gli ‘attacchi’ da dare all’orchestra? Questo è uno degli argomenti a cui i Professori d’Orchestra fanno molta attenzione anche per valutare un Direttore.

Vero. Senti i vari attacchi degli strumenti, li hai imparati a memoria, te li ricordi, li dai come sono, come sono organizzati. Ma ci sono degli attacchi importanti, degli gli altri ne do solo alcuni, non ha senso darli tutti. Ci sono degli attacchi che invece assolutamente si devono dare. È nella costruzione dello studio che individui quelli importanti e non quando analizzi una partitura da un punto vista compositivo, ma quando la analizzi dal punto di vista di un Direttore d’Orchestra. Allora ti crei come una mappatura. Poi c’è un concetto fondamentale quando per esempio stai facendo un tempo veloce o scherzo, un allegro, dove creerai delle macro battute che possono essere regolari o irregolari.

Per esempio, Mozart, Beethoven Haydn, spesso si muovono con gruppi di battute che viaggiano di 4 in 4 sempre uguali. Ma non è un fatto aritmetico, l’andatura del fraseggio è costruita sul concetto di arsi e di tesi.

E non è soltanto una questione di ritmica, ci sono gli accordi che sono in arsi e degli accordi che sono tesi, degli accordi che sono il movimento e degli accordi che invece sono dei punti di arrivo dove si scarica qualcosa e quindi una frase è un susseguirsi di arsi e tesi. Senza l’arsi e la tesi non c’è vita.

Non è quello che si insegna nella teoria musicale dove c’è il levare e il battere e il battere è più importante, perché ha l’accento. Invece è il levare, l’arsi, che definisce il movimento, il mettersi in moto.

Per un direttore d’orchestra questo è un fatto fondamentale. Il levare da un gesto all’altro, il movimento che si fa con la bacchetta, serve molto per far capire all’orchestra dove si va. Condurre in modo certo e chiaro vuol dire essere in anticipo sull’orchestra, vuol dire che se fai il movimento nel silenzio è perché deve arrivare il primo suono, ma quando arriva il primo suono tu già stai facendo quello dopo e poi farai quello dopo ancora. Nel costruire nella tua testa la mappatura dell’arsi e della tesi, se tutto combacia e l’hai capito, non c’è soltanto il fatto ritmico c’è anche il fatto armonico, di energia o non energia che si risolve e delle entrate strumentali.

Questo vuol dire essere competenti e capire la lettura di una partitura, entrare nella partitura.

Parlaci di come organizzi le prove di un concerto.

Giovanni Pelliccia durante le prove con un’orchestra, le braccia in movimento per indicare la direzione della musicaGiovanni Pelliccia durante le prove con un’orchestra, le braccia in movimento per indicare la direzione della musica
Giovanni Pelliccia durante le prove
È tutto basato sul lavoro di concertazione che non deve essere una lezione, ma deve dipanare un brano e deve mettere le persone nella condizione di ascoltare quello che gli succede intorno, si devono guardare e guardarmi. Tutto questo si deve sentire. Eh, io sono così, la mia visione della direzione d’orchestra ideale è questa, cioè di una persona che chiarifica e mette nelle condizioni le altre persone di tirare fuori il meglio di se stesse e far sì che la musica esca fuori da sola. La musica è bella di per sé, non è bella perché tu la fai diventare bella.

Che differenza c’è tra le esecuzioni delle orchestre di oggi e del passato?

Oggi si sente di meno la differenza esecutiva tra le orchestre perché i Direttori hanno meno tempo a disposizione, quindi le orchestre hanno sviluppato una loro autonomia, il Direttore ha sviluppato una sua efficienza. Poi naturalmente ci sono anche quelli che riescono a comportarsi in altro modo.

Oggi sentiamo delle esecuzioni che sono molto più regolari di quelle del passato. Quando ascolti Toscanini o De Sabata o Wilhelm Furtwängler o Bruno Valter, si sente che c’era una vita interiore. Non andavano a metronomo, la scansione ritmica non era dall’inizio alla fine sempre uguale, cambiava a seconda quello che era l’episodio narrativo, la drammaturgia.

Spiego agli studenti che devono perseguire questa ricerca, devono cercare di realizzarla perché non c’è un modo solo di interpretare la musica. Questo vuole dire che si cambia anche l’idea musicale che ci si è fatti e tutto quello che si sceglie al fine di realizzarla gestualmente. Che poi si devono fare poche cose nella Direzione, ma devono essere in funzione dell’interpretazione. Di conseguenza agli aspiranti Direttori spiego che occorre sviluppare il senso critico per capire se il proprio gesto aiuta e favorisce il flusso naturale della musica o lo sta invece violentando, lo sta bloccando, lo sta soffocando sebbene fatto in buona fede. Perché magari decidono di fare dei gesti per essere più chiari per chi sta suonando in orchestra, magari sono troppi e così si illudono e ottengono l’effetto contrario.

Quello che vive un Direttore è simile a quello che vive un interprete, è la stessa cosa, solamente con difficoltà diverse. Poi io penso che alla fine quando hai fatto tua la partitura, capitano le occasioni in cui tutto va da solo, fluisce spontaneo. Lo stesso succede anche allo strumentista.

Parliamo del carisma, puoi darci una tua definizione?

Spiego ai miei studenti che il carisma del Direttore ce l’ha anche l’interprete strumentale.

Il carisma secondo me è un flusso, un’energia, una forte concentrazione. Perché è quello il carisma, non è una azione per dominare, ma è quella capacità di disinibirsi totalmente davanti a una collettività, che è l’orchestra, e disinibirsi talmente che riesci poi a trasmettere l’energia che hai dentro proprio come se tu stessi suonando uno strumento. Questa energia che hai dentro non deve essere autoreferenziale e quando tu ottieni questo e sei disinibito, ma sei serio, cioè sei emotivamente disinibito, entri in uno stato di concentrazione dove si crea questo passaggio del tuo pensiero.

Poi non è detto che il giorno dopo si ripeta, no, è che avviene qualcosa quel giorno che permette questa circolazione tra tutte le persone che sono presenti e permette alla musica di esprimersi.

La stessa cosa succede anche in esecuzione, a me è successo qualche volta quando suonavo il pianoforte o quando suonavo il violoncello. In certi momenti mi accorgevo che le cose a un certo punto andavano da sole, però quando finiva quell’esperienza non mi ricordavo cosa fosse accaduto veramente, non potevo razionalizzarla. Nel momento in cui la volevo razionalizzare la perdevo. Questo vuol dire che in quel momento tu sei veramente disinibito, staccato da tutto, cioè ti sei annullato. Quando dico disinibito, forse il termine è sbagliato, vuol dire che ti annulli, sparisci, diventi un filtro, sei semplicemente un filtro per la musica.

Tutto questo ha a che fare con delle cose che non è facile spiegare. La partitura è una convenzione e poi un giorno succede come un domino, parte un primo movimento e questo movimento è generato da una persona che è profondamente calata in questo senso di meditazione e crea un movimento musicale del tutto naturale e quindi è la musica che lo sta usando.

La gestualità del direttore deve passare attraverso questo filtro il più possibile però poi non ti ricordi cosa hai fatto. Dirigere non è fatto soltanto di come si batte il quattro o il tre, magari non stai facendo niente però non stai disturbando, stai lasciando la musica fluire. È un impatto emotivo abbastanza impressionante. Il Direttore deve condurre delle persone in un percorso dove lui sta prima di tutti e si porta dietro tutti gli altri e passa l’energia giusta per poi farli andare per un po’ di tempo da soli in una direzione e poi cambia la direzione, ma non è una azione meccanica legata al battere il tempo con la bacchetta.

Non voglio passare per quello che critica per criticare, io ho una grande ammirazione anche per i giovani Direttori e ci sono tra di loro dei talenti e quando li vai a sentire è evidente che sono talentuosi. Voglio dire questo: stateci voi, critici per la critica, sul podio. Stare sul podio è difficile. Inoltre, è necessario sempre iniziare a fare una cosa, non si può aspettare di essere un genio per farla, tutti iniziano a fare una cosa e poi man mano che la fanno acquisiscono esperienza, profondità, maturità e poi si arriva al culmine delle proprie capacità.

Torniamo al gesto che fa il suono.

Oggi questa cosa è un po’ meno evidente purtroppo, ci sono alcuni direttori che a un certo punto hanno deciso di vivere in un certo modo questa loro attività.

Un Direttore che mi piace molto e che ho sentito ultimamente è inglese, Daniel Harding, ora è un direttore anziano anche se è giovane. Mi piace molto perché è estremamente naturale e vedi che fa musica, quando dirige si sente il fluire naturale della musica, senti proprio una personalità interpretativa. Senti qualcosa di diverso perché oggi senti molto la stessa. Oggi c’è quasi un suono standard, prima riuscivi a riconoscere il timbro di un’orchestra. Devo dirti la verità quando vado a sentire orchestre importanti la differenza la percepisco poco. Quando da ragazzo andavo con papà tutte le domeniche a sentire un concerto a Santa Cecilia, l’orchestra ogni domenica era una orchestra diversa, aveva un suono a seconda di chi dirigeva. Con la stessa orchestra oggi non succede più. D’altronde allora c’era un numero maggiore di prove e il Direttore dava una sua impronta positiva o negativa all’orchestra. Oggi questo non accade più quindi si è creato un suono standardizzato, non c’è più tempo di curare le cose e questo è tristissimo.

Parliamo dei programmi che oggi i cartelloni propongono ai solisti.

Oggi i solisti vanno avanti per sei mesi con lo stesso programma, che è un fatto assurdo. Mi ricordo che mio padre che ha suonato tanto nella vita e non l’ho mai visto vivere in questo modo la musica, non era questo il senso di ripetizione dei programmi, cioè portare per sei mesi un programma e ripeterlo fino a che non esce proprio dalle orecchie. Era molto più vario, cambiava programma molto spesso e a distanza di tempo riprendeva gli stessi brani.

È il concetto del consumismo, la catena di montaggio della grande distribuzione. Gli Enti lirico sinfonici non investono su un solista se non gli garantisce 70 piazze con lo stesso programma perché su quello c’è un’economia e poi perché siamo in un mondo organizzato e tutti vogliono sentire le stesse cose.

Come vedi il pubblico?

Lo vedo male. Il pubblico si è assuefatto a queste cose d’obbligo in cui io sto a Roma e voglio sentire quello che succede a Milano e che Milano ha preso da Berlino. È l’altra faccia della globalizzazione anche fosse solo all’interno dell’Europa. Invece no, non dovrebbe essere così, ma non perché io sono un nazionalista, è perché bisognerebbe lasciare la creatività a chi organizza concerti e a chi suona di poter cambiare programmi, invece così è tutto più funzionale non vedo un altro modo di spiegarla questa cosa. Non voglio avere ragione però mi vien da pensare che fa parte dello stesso sistema che uniforma le esecuzioni orchestrali.

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